Che cosa è la colposcopia?

 

 

 

 

Che cos’è la colposcopia? La colposcopia è un esame ginecologico con il quale il medico guarda il collo dell’utero dopo aver applicato un liquido che si chiama acido acetico.

E’ come una visita ginecologica?
E’ molto simile. Infatti anche nella colposcopia il medico usa lo speculum vaginale, come nella visita ginecologica. Lo speculum è uno strumento che, introdotto in vagina, distanziandone le pareti, permette di vedere il collo dell’utero. Durante la colposcopia il medico usa anche il colposcopio, uno strumento che serve per illuminare il collo dell’utero e vederlo ingrandito.

Perché devo fare questo esame?
La colposcopia è necessaria per controllare se sul suo collo dell’utero ci sono alterazioni.

Cosa succede se il medico vede delle alterazioni?
Se il medico vede delle alterazioni fa un piccolo prelievo di tessuto dal collo dell’utero. Questo prelievo si chiama biopsia.

E’ doloroso fare la colposcopia?
No, in genere la colposcopia non è dolorosa. Qualche volta si sente come un pizzicotto. Qualche volta dopo l’esame si può avere una piccola perdita di sangue che cessa da sola in poco tempo.

Avrò subito la risposta della colposcopia?
Se il ginecologo non vedrà alterazioni le darà subito la risposta e la data del prossimo controllo.
Se il ginecologo avrà fatto una biopsia, dovrà aspettare che il tessuto venga analizzato e riceverà la risposta in due settimane.

Quando avrò il risultato della biopsia mi diranno cosa devo fare?
Sì, in base al risultato della biopsia il ginecologo le consiglierà un altro controllo o un trattamento.

Come posso avere altre informazioni?
Potrà chiederle al medico che le farà la colposcopia.

 

Presso il Poliambulatorio SOmed visita ed esegue gli esami la Dott.ssa P. FILARDO

 

31 Mag 2017

Come correggere le orecchie a sventola …. video del Dott. Pier Luigi Gibelli

25 Apr 2017

Integrazione vitamina D non ferma le infezioni respiratorie

Uno studio randomizzato controllato in doppio cieco su 322 adulti neozelandesi ha mostrato che una somministrazione mensile di 100.000 IU di vitamina D3 non riduce né l’incidenza né la gravità delle infezioni al tratto respiratorio superiore negli adulti sani. Da febbraio 2010 a novembre 2011, i partecipanti sono stati suddivisi in due gruppi composti ciascuno di 161 soggetti, per ricevere una dose iniziale di 200.000 IU di vitamina D3, un’altra somministrazione identica un mese dopo e poi 100.000 IU una volta al mese, oppure una sostanza placebo secondo lo stesso regime. Alla fine dei 18 mesi del trial, i ricercatori, coordinati da David R. Murdoch della University of Otago di Christchurch, hanno misurato il numero di episodi delle infezioni del tratto respiratorio superiore, scelto come endpoint primario, mentre endpoint secondari sono stati la gravità di questi episodi e il numero di giornate di lavoro perse a causa di queste infezioni.

Livelli alti nel sangue, ma senza benefici
Alla baseline, il livello medio di 25-OH-D tra partecipanti era di 29 ng/nL e il programma di somministrazione di vitamina D ha portato questo valore a oltre 48 ng/nL alla fine della sperimentazione. Gli episodi di infezioni del tratto respiratorio superiore sono stati 593 tra coloro che avevano ricevuto vitamina D; nel gruppo placebo sono stati 611, quindi un po’ di più ma la differenza non è statisticamente significativa; le medie per persona sono state rispettivamente di 3,7 d 3,8 episodi e il rischio relativo nel gruppo di trattamento è stato molto vicino all’unità: 0,97. Insomma, l’effetto della somministrazione della vitamina D non è stato apprezzabile e neppure la durata dei sintomi, la gravità degli episodi e il numero di assenze lavorative non hanno mostrato differenze di rilievo.

Azione antimicrobica non confermata clinicamente
Lo studio era stato motivato dal ruolo che la vitamina D riveste nella risposta immunitaria sia innata che adattativa. Questa vitamina stimola l’espressione dei peptidi antimicrobici, come la catelecidina, prodotti da neutrofili, macrofagi e cellule epiteliali. Inoltre, alcuni studi epidemiologici avevano mostrato una correlazione tra bassi livelli di vitamina D e una varietà di infezioni al tratto respiratorio, per esempio il rischio di sviluppare tubercolosi. Tuttavia, nonostante queste premesse, i risultati dello studio neozelandese non hanno corrisposto alle speranze dei ricercatori e si sono allineate a due studi randomizzati controllati già condotti in precedenza, che non avevano notato benefici dall’integrazione di vitamina D nel prevenire infezioni respiratorie acute negli adulti.

JAMA. 2012;308(13):1333-1339

25 Apr 2017

Ecografia addome completa

L’ecografia addominale è un’indagine che consente di esplorare gli organi dell’addome (cioè all’interno della pancia). Utilizza gli ultrasuoni, ovvero particolari onde sonore non percepibili dall’orecchio umano, emessi da una sonda (un “tubo”) appoggiata sulla pelle. Quando gli ultrasuoni colpiscono un organo, tornano indietro (vale a dire sono riflessi) e sono raccolti dalla stessa sonda e poi elaborati dalla macchina per ecografia e trasformati in immagini. Con l’aggiunta del Doppler è possibile avere informazioni sulla circolazione all’interno dei vasi sanguigni dell’addome e di eventuali masse presenti al suo interno. In tal caso, infatti, si sfrutta un fenomeno fisico, detto effetto Doppler, consistente nel fatto che se si dirige verso un corpo in movimento un suono, questo rimbalza, generando un suono diverso (il cosiddetto suono riflesso) le cui caratteristiche dipendono dalla velocità del corpo in movimento. Allora, quando un fascio di ultrasuoni colpisce un vaso sanguigno (cioè una vena od un’arteria), si ottiene un insieme di ultrasuoni di ritorno con caratteristiche dipendenti dalla velocità e dalla direzione con cui il sangue scorre in questi vasi. L’ecografia dell’addome serve, anzitutto, per valutare la forma e le dimensioni degli organi in esso presenti. Attraverso tali informazioni si possono diagnosticare malattie di varia natura a carico di tutti gli organi addominali. In particolare l’ecografia addominale è impiegata per valutare malattie del fegato, della colecisti (organo a forma di sacchetto situato vicino al fegato nel quale è immagazzinata la bile da questo prodotta), delle vie biliari (l’insieme dei “canali” attraversati dalla bile, che è un liquido di colore giallo-verde prodotto dal fegato indispensabile per i processi della digestione), del pancreas (ghiandola che produce succhi che vengono utilizzati dall’intestino per la digestione ed un importantissimo ormone, l’insulina, che regola il livello di zucchero nel sangue), dei reni, ecc. e per rilevare la presenza di masse occupanti spazio (ad esempio tumori), di liquido libero o di raccolte di liquido all’interno dell’addome, ecc..
Il paziente non corre alcun pericolo perché gli ultrasuoni non sono pericolosi e non prova dolore, né fastidio. L’esame dura pochi minuti.

Con l’aggiunta del Doppler è possibile avere informazioni sulla circolazione all’interno dei vasi sanguigni dell’addome e di eventuali masse presenti al suo interno.

Preparazione ed INDICAZIONI
Dieta leggera il giorno prima dell’esame (ad esempio: pastina in brodo, riso in bianco o al pomodoro, carne bianca). Si escludano alimenti ricchi di scorie vegetali e carne. Non vanno assunti alimenti come: latte e altri latticini, frutta, verdura, cibi integrali, succhi di frutta. Nel caso l’esame sia programmato nel pomeriggio, può fare una colazione leggera senza latte o altri latticini. Per l’esecuzione dell’esame si deve essere a digiuno da almeno 8 ore, avere la vescica piena ( bere almeno 1 litro d’acqua non gassata nelle due ore precedenti l’esame e non urinare nell’ora precedente l’esame). Non è necessario sospendere eventuali terapie in corso.

22 Apr 2017

Intolleranze o allergie alimentari? Facciamo chiarezza

Prima di tutto è importante sottolineare che su questo tema, nonostante il grande interesse che riveste per la popolazione, c’è poca chiarezza. Molto spesso si sente qualcuno parlare di allergie ad alimenti, quando in realtà si tratta semplicemente di soggettive difficoltà di digestione legate al proprio disgusto per l’alimento.

L’allergia, invece, è un’entità medica precisa, caratterizzata dall’attivazione di determinate cellule del sistema immunitario in risposta a determinati stimoli di solito innocui. Il nostro sistema immunitario, che ha la funzione di distruggere le sostanze patogene, è naturalmente addestrato a riconoscere invece come innocue le sostanze che mangiamo e con cui entriamo in contatto quotidianamente. In particolari condizioni non ancora ben note, il sistema stesso può avere dei malfunzionamenti, che lo porteranno a reagire in vario modo a stimoli innocui. In particolare, per parlare di allergia, bisogna che ci sia una reazione legata alla produzione di anticorpi IgE anche per quanto riguarda le allergie alimentari.

Gli stimoli che possono causare l’allergia sono quasi qualunque cosa con cui si può entrare in contatto, dai pollini che respiriamo alle sostanze che entrano in contatto con la nostra pelle, dai farmaci che prendiamo ai cibi che mangiamo. Ovviamente, anche le reazioni che può causare l’allergia sono diverse, e vanno dalla dermatite tipica della dermatite atopica alla rinite associata ai pollini, dall’asma all’anafilassi. L’anafilassi è la manifestazione più temibile di allergia, perché, se non curata, provoca edema (rigonfiamento) delle vie respiratorie che può portare anche alla morte.

L’allergia ad alimenti è per fortuna rara, e i cibi più frequentemente coinvolti sono noccioline, latte, uova, crostacei e molluschi, noci, vari tipi di grano, fagioli. Tuttavia, l‘allergia ad alimenti non va confusa con l’incapacità di digerirli: infatti, molto comune è l’intolleranza al lattosio, che porta a diarrea ogni volta che viene ingerito un latticino. In soggetti realmente allergici, invece, l’ingestione di latte e derivati può portare fino alla morte.

Il termine che invece viene usato per descrivere tutte le reazioni spiacevoli all’ingestione di alimenti che però non coinvolgono gli anticorpi IgE è quello di intolleranza alimentare. Questo termine è molto generico e descrive situazioni che vanno dalla carenza genetica di enzimi necessari alla digestione di una sostanza (come nel caso del deficit di lattasi, che causa intolleranza ai latticini) a situazioni di incapacità psicologica di tollerare un certo cibo, toccando anche molte situazioni intermedie.

Nel prossimo articolo parleremo più specificamente delle intolleranze alimentari, dei loro segni e sintomi e di come si diagnosticano.

In ogni caso, per diagnosticare e trattare diarree e altri sintomi che vengono volgarmente associati alla parola “intolleranza”, sono recentemente sorti centri para-medici in cui vengono poste diagnosi inverosimili e proposti trattamenti non basati su una solida evidenza scientifica. È importante sapere, dunque, che solo un medico può porre con cognizione la diagnosi di allergia o di intolleranza, e che è bene diffidare di terapie prescritte da personale non qualificato.

 

FONTI:

Vinay Kumar, Nelso Fausto, Abul Abbas: Robbins & Cotran Pathologic Basis of Disease, Saunders; 8th edition

Anthony Fauci, Eugene Braunwald, Dennis Kasper and Stephen Hauser: Harrison’s Principles of Internal Medicine, McGraw-Hill; 17 edition

23 Gen 2017